Ricordi di Vampiri

Josefina
Spagna, 1754

Josefina percorreva ad ampi passi avanti e indietro l'elegante salotto. Il ritmico rumore dei tacchi sul pavimento di marmo e il frusciare delle vesti di seta erano l'unico suono nell'ovattato silenzio notturno. Attendeva che il dottore uscisse dalla stanza di suo figlio, e ogni minuto di attesa sembrava durare un'eternita'.
Aveva sempre amato Alejandro, il suo unico figlio, piu' di ogni altra cosa al mondo e quando quella notte le era stato portato imbrattato di sangue, esanime, le era sembrato di morire.
"Un'aggressione, mia signora. Una tragedia", aveva detto il contadino che conduceva l'asino su cui il corpo era riverso. L'uomo aveva spiegato di averlo trovato in un vicolo della citta' vecchia, esangue, privo di conoscenza, e di averlo riconosciuto grazie allo stemma di famiglia, ma lei non aveva prestato molta attenzione a quelle spiegazioni, resa sorda e cieca dalla visione di suo figlio che moriva.

La porta del salone si apri' facendola sobbalzare e l'anziano dottore entro' timidamente nella sala. Indossava le vesti nere tipiche della sua professione e teneva gli occhi bassi, stropicciando fra le mani il modesto tricorno.
"Vostra Grazia... Perdonatemi, ho bussato piu' volte, ma voi non rispondevate."
Josefina lo fisso', muta, incapace di formulare la domanda che tanto le stava a cuore. Ma lui rispose ugualmente.
"Vostro figlio..." inizio', incerto, poi si interruppe, e quell'esitazione le fu sufficiente a capire. Senti il suo cuore spezzarsi. Un dolore fisico, reale, straziante.
"Vostro figlio..." , prosegui' l'uomo dopo essersi fatto un po' di coraggio. "Era gia' morto quando io sono arrivato. Probabilmente lo era gia' quando e' stato portato qui. Aveva perso troppo sangue e ..."
Ma lei non lo stava piu' ascoltando. Il dolore era diventato una nube densa che ora avvolgeva ogni suo senso, impedendole di pensare, di respirare. "Andate" gli disse con fatica, indicando con la mano la porta alle sue spalle.
"Vostra Grazia, ci sarebbe ancora un'altra questione..."
"Vi paghera' il mio segretario, io non..." rispose, quasi automaticamente.
"No, no, non era per quello," la interruppe lui, imbarazzato. "Ci sarebbe una questione, ecco, piuttosto delicata."
"Parlate, e poi andatevene" lo esorto', stancamente.
"Visitando Il signorino Alejandro ho potuto notare dei segni di...segni di morso, sul suo corpo, tanto che sarei portato a pensare che sia stato aggredito... da un vampiro. Se non si vuole correre il rischio che si risvegli sarebbe necessario...decapitare il corpo e..."
"Risvegli?" chiese la duchessa, quasi quella parola non avesse significato.
"Si', Vostra Grazia. Come...Come vampiro."
Una debole luce fece capolino nello sguardo spento della nobildonna. "Capisco.  Avete gia' detto a qualcun'altro che Alejandro e'..." degluti'. "Che e' morto?".
"No, Vostra Grazia, naturalmente sono subito venuto da voi."
"Benissimo. Avete fatto bene. Vi chiederei dunque di non dirlo a nessuno. Non vorrei che mio marito lo venisse a sapere da estranei, capite? Vorrei essere io a comunicarglielo. A chi ve lo chiede dite che...Che e' stabile e che dipende tutto da come passa la notte"
"Naturalmente Vostra Grazia, come desiderate. Sara' mia premura mantenere la cosa riservata sino a che il Duca non sia stato informato".
"Ora andate" termino' la Duchessa in un tono che non ammetteva repliche.
Il dottore, esibendosi in un maldestro inchino, lascio' la sala e si chiuse la porta alle spalle.

Josefina riprese a camminare su e giu' per la stanza, nervosamente, mentre dolore e speranza si contendevano lo spazio all'interno della sua mente, quindi si avvicino' ai cordoni che comandavano i campanelli, ne scelse uno e lo tiro' vigorosamente. Un lontano tintinnare le giunse dall'altro lato del palazzo, e pochi minuti piu' tardi udi' un discreto bussare seguito dall'ingresso di un servitore in livrea nera.
"Come posso servirvi, Vostra Grazia?" chiese l'uomo con un piccolo inchino.
Josefina non si volto' verso di lui, ma rispose continuando a guardare il grande ritratto di Alejandro che ornava la parete opposta.
"Tu, Esteban, sei il servitore piu' fidato che abbia"
"Vostra Grazia e' troppo gentile con un povero servo"
"Questa notte, Esteban, mi dimostrerai se ho ben riposto la mia fiducia." Appoggio' la mano sullo schienale di una poltrona imbottita e nervosamente conficco' le unghie nel prezioso velluto cesellato. "Il Dottor Delgado ha appena lasciato il palazzo, ma la strada fino al paese e' lunga e pericolosa nel cuore della notte. Seguilo, e accertati..." Le unghie entrarono piu' profondamente nella trama del tessuto. Il respiro si fece piu' rapido.  "Accertati che non faccia mai ritorno a casa".
"Come la mia signora comanda" fu la risposta che udi' prima di sentire la porta aprirsi e richiudersi alle sue spalle.
Sola, si lascio' scivolare a terra e accasciandosi fra le gonne di seta, comincio' a singhiozzare "che Dio mi perdoni".

****

Alejando e Gabriel
Spagna, 1755

"Sono stufo! Stufo di stare chiuso in questa prigione. Di vedere il mondo solo attraverso i vetri di una finestra. Se era per farmi vivere cosi' poteva lasciarmi morire." sbotto' Alejandro allontanandosi dal grande bow-window e lasciandosi cadere a faccia in giu' sul maestoso letto a baldacchino.
"Sapete bene, Vostra Grazia, che se vi vedessero uscire unicamente di notte comincerebbero ad insospettirsi" suggeri' il servo in livrea nera che, in piedi nell'angolo della camera, era il solo testimone di quella sceneggiata.
Alejandro sollevo' il viso dai cuscini quel tanto che bastava per guardare l'uomo con disapprovazione. Di soli due anni piu' grande di lui, Gabriel era il suo servo sin da che erano entrambi ragazzini. Figlio di una delle sguattere della cucina e di padre ignoto, aveva capelli biondi e aspetto grazioso che gli avevano valso prima il suo angelico nome, e poi l'ambito ruolo di servitore personale del futuro Duca.
"E quindi la soluzione e' non farmi uscire per nulla? Tenermi rinchiuso qui e dire a tutti che il signorino e' tanto malato e non puo' vedere nessuno? Non cominceranno a insospettirsi ugualmente a vedere che il tanto cagionevole signorino, si fa portare dal suo servo una puttana diversa ogni sera?"
Gabriel abbasso' lo sguardo "Gia' si fanno domande, Vostra Grazia. Gia' circolano voci".
"Che voci?" chiese Alejandro sollevandosi a sedere.
"Potete immaginare. Piu' di una persona vi ha visto quella notte mentre vi portavano a braccia nel palazzo. E tutti sanno che da allora solo io e vostra madre siamo ammessi nelle vostre stanze. Nessuno ha ancora pronunciato la parola vampiro, certo, ma temo che molti la pensino..."
"E mia madre cosa dice di queste voci?"
"La Duchessa ha gia' licenziato piu' di un servo che riteneva non abbastanza fedele alla vostra famiglia, ma questo non migliora la situazione. Anzi..."
Alejandro si alzo' e torno' alla grande finestra osservando, pensieroso, le luci tremolanti che si intravedevano in lontananza, dal vicino villaggio.
"Prima o poi risaliranno quel sentiero armati di torce e forconi, non e' vero?"
"E' molto probabile, Vostra Grazia".
"Cosa dovrei fare, Gabriel?" chiese sconsolato.
"Permettete che parli con franchezza, mio signore? Siete giovane, e lo sarete in eterno. Siete forte, agile, invulnerabile. Non conoscerete mai la malattia. Potete creare illusioni nella mente delle persone e giocare coi loro desideri. Questa non e' una maledizione, ma una benedizione. Non sprecate questo dono chiuso in una torre d'avorio, attendendo che vengano a togliervelo."
Alejandro' si giro' a guardare il suo servo "Cosa vuoi dire?"
"Quel vampiro che vostra madre ha ricoperto d'oro perche' vi insegnasse come comportarvi, come usare le vostre nuove abilita', ha parlato di Corti, vere citta' sotterranee popolate da Vampiri, diffuse in ogni parte d'Europa. Abbandonate questa prigione e iniziate una nuova vita altrove."
"Ma mia madre..."
"Se vi ama capira'. Inoltre e' anche la sua vita che e' in pericolo finche' voi siete qui."
Alejandro' si accascio' sulla poltrona fissando pensieroso gli intricati motivi del parquet. Rimase cosi' qualche minuto, poi alzo' nuovamente lo sguardo sul suo servitore "E tu verrai con me, Gabriel?"
"Ne sarei onorato."
"Per sempre?"
"Se cosi' desiderate, anche se il mio sempre sara' molto piu' breve del vostro".
"No. C'e' un modo" disse con un sorriso alzandosi e facendo qualche passo verso il servitore. "Quel vampiro me ne ha parlato. Non invecchierai e non dovrai rinunciare al sole. E sarai al mio servizio per sempre."

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Gabriel e Alejandro
Glasgow, 1816

La porta si apri' di botto, giro' sui cardini e sbatte' fragorosamente contro la parete, segnando il vecchio intonaco. A quel frastuono Gabriel non si mosse. Avevo visto attraverso gli occhi di Alejandro il suo padrone salire le scale come una furia e aprire la porta con un colpo della mano. Il rumore non lo colse di sorpresa.

Attese che il vampiro entrasse nella stanza poi si alzo', incerto sulle gambe, e si esibi' in una maldestra riverenza. "Mio padrone", lo saluto'.
L'ampio gesto della mano prese dentro il misero tavolino a cui era seduto fino ad un attimo prima. Questo traballo', facendo oscillare pericolosamente la bottiglia di whiskey ormai quasi vuota che vi era appoggiata.

"Non prendermi per il culo!" urlo' Alejandro, furioso. Ma neppure questa rabbia colse Gabriel impreparato. L'aveva sentita crescere, ora dopo ora, per tutta la notte. Era entrata dentro di lui attraverso quei canali che non poteva chiudere, era diventata sua, come un ospite sgradito ed invadente.

"Perche’ non mi hai risposto?" urlo' ancora il vampiro, chiudendosi la porta alle spalle con un secco tonfo. "Hai idea di cosa sia successo questa notte? Mi servivi! E invece te ne sei stato qui a bere ignorando le mie chiamate".

"Dovete perdonarmi, padrone" rispose calmo il Servo tornando ad un formalismo che fra loro avevano abbandonato ormai da anni. "Avrei voluto accorrere al vostro richiamo, ma alcune facezie di poco conto mi hanno trattenuto". Dicendo questo porto' istintivamente la mano al volto e sfioro' il sangue ormai rappreso che copriva la sottile ferita che percorreva la guancia destra dallo zigomo al labbro.

Alejandro' noto solo in quel momento il taglio. Si avvicino' rapidamente, sposto' con malagrazia la mano di Gabriel dal volto, e osservo' il segno. "Chi e' stato?" chiese rabbioso.

"Siete stato voi, padrone"

Alejandro lo fisso' stranito, poi scosse la testa. "Piantala con questa cazzata del padrone, e dimmi chi ti ha ferito. Non arrivera' vivo a domani, te lo prometto."

"Perche' non dovrei chiamarvi padrone", insistette Gabriel. "Voi siete il mio padrone. Signore assoluto della mia vita. Io non sono altro che una marionetta nella vostre mani."

"Cosa cazzo stai dicendo? Quanto hai bevuto?" Alejandro' sollevo' la bottiglia e la scosse osservando il poco liquido ambrato rimasto sul fondo. "Hai idea di quanto valeva?"

Gabriel sollevo' la mano e colpi' la bottiglia che sfuggi' dalla presa del vampiro e ando' ad infrangersi in mille pezzi contro la parete.
"Valeva la mia vita," rispose Gabriel. La voce ora incrinata, rabbiosa. "Perche' e' stato questo alcool che mi ha permesso di non impazzire questa notte. So esattamente cosa ti e' successo mentre non c'ero," prosegui', il tono di voce sempre piu' alto. "Lo so perche’ non solo ho visto ogni cosa, ma ho vissuto ogni cosa. Le tue sensazioni sono diventate le mie sensazioni, mi hanno invaso come una marea incontrollabile. E questo perche' non hai avuto la decenza di chiudere questi maledetti canali che ci legano.  Vuoi sapere chi mi ha ferito? Una donna. Per difendersi dopo che io l'ho aggredita. Hai sentito cosa ho detto? Ho aggredito una donna! E l'ho fatto perche' una rabbia che non mi apparteneva mi cavalcava senza che io mi ci potessi opporre."

"Mi dispiace" rispose Alejandro, serio. "Non accadra' di nuovo".

"Accadra' invece", rispose il servo amaramente. "Ma io non posso piu' sopportarlo. Basta."

"Cosa significa basta?" chiese il vampiro, incredulo. "Vuoi sciogliere il nostro legame? Non e' qualcosa da cui si torna indietro, Gabriel."

Il Servo non rispose ma alzo' lo sguardo, che prima teneva basso sui cocci di vetro, e fisso' il vampiro negli occhi, triste.
Alejandro fece un passo indietro, alzo' la sedia e con un rumore secco stacco' una delle gambe. Lascio' cadere a terra il resto, e allungo' l'improvvisato paletto verso il Servo.
"Vuoi uccidermi, Gabriel? Vuoi vedere se hai la fortuna di sopravvivermi? E' questa l'unica uscita. Non ce ne sono altre."

Gabriel allungo' la mano e, lentamente, afferro' il paletto. Alejandro non fece resistenza e lascio' che il pezzo di legno scivolasse via dalle sue mani.
Rimasero immobili, nella penombra della stanza illuminata appena dalle braci del camino quasi spento. Passo' qualche secondo, che per i due uomini ebbe la durata di una vita intera, poi il silenzio fu rotto dal rumore del paletto che cadeva a terra.

"Me ne andro'", disse Gabriel, lo sguardo di nuovo basso. "Lontano. Partiro' domani mattina."

"Posso obbligarti a restare" disse Alejandro. "Le leggi dei vampiri me lo permettono. I miei poteri me lo permettono."

"Ma non mi farai questo."

"No, non lo faro'", concluse amaramente il vampiro lasciandosi cadere sul letto.

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Gabriel e Alejandro
Parigi, 1824

Alejandro entro' dubbioso nella stanza fumosa. Si guardo' attorno e poi ricontrollo' l'indirizzo scritto sul foglietto che teneva in mano. Non c'era dubbio, il posto era proprio quello che gli era stato indicato, eppure ancora non riusciva a credere che Gabriel potesse trovarsi li'.
Si fece strada tra i divanetti imbottiti di velluto cremisi, mentre ragazze troppo giovani e poco vestite gli si facevano incontro decantando ora le sue lodi, ora le loro.
Liquido' le offerte con qualche sorriso e qualche battuta e si diresse verso la donna, decisamente piu' in la' con gli anni, che lo osservava da un angolo della sala. La saluto' baciandole elegantemente la mano e accennando un piccolo inchino, e le chiese, in un francese fortemente accentato, se vi fosse in quel momento fra i suoi clienti un giovane spagnolo dai capelli biondi e dagli occhi azzurri. Dopo qualche esitazione, la donna si perse nei profondi occhi scuri del vampiro, e gli confido', naturalmente in via del tutto eccezionale, che l'uomo che stava cercando era in quel momento nell'ultima stanza in fondo al corridoio, con Ivette.
Alejandro' la saluto', e mentre la donna lo guardava ancora con fare sognate, si incammino' su per le scale seguito dagli sguardi curiosi delle altre ragazze.

Percorse il breve corridoio fino all'ultima porta e vi si fermo' davanti. Ascolto', per essere certo di non essere troppo inopportuno, e quando senti' un frammento di dialogo che non lasciava dubbi su cosa gli occupanti della stanza stessero, o meglio non stessero, facendo, busso'.
"Ehi, non e' ancoro scaduto il tempo", rispose in francese una squillante voce femminile. "Ha ancora dieci minuti. Vai via, Marie."
"Sono Alejandro" disse lui in spagnolo
"Cosa?" chiese la ragazza, ma prima che il vampiro potesse rispondere, Gabriel intervenne. "Entra" disse solo.

Gabriel e una ragazzetta dai capelli rossi e le lentiggini erano sul letto, coperti solo dalle lenzuola disfatte. All'ingresso del vampiro la ragazza si mise in piedi e si copri' rapidamente con una vestaglia di mussola bianca, allontanandosi dal nuovo venuto.
Gabriel si sollevo', e si mise a sedere con la schiena appoggiata alla testata del letto.
"Vai pure, Ivette", disse.
"Ma..." cerco' di protestare la ragazza, a cui le regole della casa impedivano evidentemente di lasciare un cliente, o peggio due, da soli in camera.
"Puoi aspettarmi qui fuori", spiego' Gabriel, e a questo compromesso Ivette cedette. Strinse la cintura della vestaglia e usci' dalla stanza, chiudendosi la porta alle spalle.

I due uomini si osservarono, silenziosi, per qualche tempo. Nessuno dei due era cambiato in quegli anni. Non fisicamente. Non una nuova ruga, non un capello bianco segnavano il tempo che era trascorso. Ma entrambi, nel silenzio ovattato della camera, si stavano chiedendo cos'altro fosse invece cambiato.

Fu Gabriel a rompere quell'impasse scendendo dal letto e infilando i calzoni chiari che aveva lasciato a terra.
"Non ti ho sentito arrivare", disse allacciando i bottoni. "Pensavo che se ci fossimo trovati nella stessa citta' me ne sarei accorto."

"Sono stato attento", spiego' il vampiro.

"Come mi hai trovato, allora?"

"Una ragazza alla corte ti conosceva. Mi ha detto che questo era l'unico posto dove potevo andare sul sicuro. Se fosse stato per me, questa topaia sarebbe stato l'ultimo in cui ti avrei cercato", concluse con un sorriso.

"Dimenticate che io sono solo un povero servo, Vostra Grazia, non ho i gusti raffinanti di un Duca", rispose Gabriel.

Entrambi si misero a ridere. E in un istante fu come se i precedenti otto anni non ci fossero mai stati. Si avvicinarono, e si abbracciarono.

"Parigi e' una citta' splendida. Da che sono qui ho scoperto incredibili meraviglie," comincio' a spiegare quindi Alejandro lasciandosi cadere su un divanetto imbottito. "Dimentica questo buco. C'e' un bordello vicino a Montmartre che ha le ragazze piu' belle che tu abbia mai visto. E i ristoranti! Dobbiamo andarci. Dobbiamo assaggiare assolutamente..."

"No", lo interruppe Gabriel, di nuovo serio. "Non e' cambiato niente. Io non verro' di nuovo a..."

"E invece e' cambiato. Ho cercato un modo e l'ho trovato. Volevo parlartene piu' avanti, ma... Ho trovato una strega." Gabriel lo fisso' confuso. "Lei sa come fare", prosegui' il vampiro. "Lei puo' insegnarti a chiudere i marchi. Sentirai solo quello che vuoi sentire."

"E' impossibile. Tutti sanno che il Servo non puo'..."

"Questo e' quello che il Concilio dei vampiri vuole che si creda, ma non e' cosi'. Non e' facile ma puoi imparare."

"Quella donna ti ha ingannato, Alejandro..."

"Perche' non mi vuoi credere?" chiese il vampiro alzando la voce e afferrando il Servo per le spalle. "Non mi ha mentito e ne ho le prove. Devi solo fidarti."

"Anche se fosse vero, non e' qualcosa che il Concilio approverebbe."

"Il Concilio non lo sapra'. Nessuno lo sapra'."

Gabriel si libero' dalla presa e si allontano' verso la finestra. "E' troppo rischioso" concluse.

Alejandro rimase in silenzio, in attesa che l'amico dicesse ancora qualcosa, che cambiasse idea, ma non accadde. Rassegnato si giro' verso la porta.
"Se questo e' quello che credi e' inutile che io resti. Lascero' la citta'. Mi hanno parlato della corte di Milano, forse andro' li'."
Appoggio' la mano sulla maniglia, ma prima che potesse abbassarla Gabriel parlo'.
"Ho sempre desiderato vedere Milano," disse.
Alejandro, stupito, si giro' nuovamente verso di lui.
"E spero che questa strega non sia brutta come nelle favole" concluse il Servo raccogliendo il resto dei suoi vestiti da terra e dirigendosi verso la porta e verso l'amico.

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Gabriel
Milano, 22 marzo 1848

La prima volta che vidi Teresa era morta.
Alejandro la porto' a casa - la cantina che in quel periodo chiamavamo casa - riversa fra le sue braccia. Non appena la vidi immaginai subito chi fosse. L'aveva conosciuta solo pochi giorni prima, ma da allora non aveva fatto altro che parlarmi di lei, dei suoi capelli, del suo sorriso, di come arrossiva e del suono della sua voce. Nulla di strano, non era certo la prima ragazza umana di cui si fosse innamorato a prima vista. Prima di lei c'erano state numerose servette, contadine, giovani nolbidonne, ma ogni volta la storia non era durata. Non dura mai fra un vampiro e un umano, e non perche' uno dei due sia destinato a invecchiare e morire mentre l'altro rimane giovane. Niente di cosi' romantico. In realta' finisce sempre molto prima, quando matrimonio, figli, vita vera, chiedono prepotentemente il proprio spazio. Ogni volta Alejandro aveva visto la donna che amava lasciarlo per una vita diversa, alla luce del sole, ed ero certo sarebbe stato lo stesso anche con questa introversa ragazzetta di buona famiglia, abbagliata dal fascino del proibito.
Per questo non capii subito che cosa fosse successo.

Alejandro' entro' senza dire una parola, appoggio' il corpo sul pagliericcio, si sedette accanto a lei, e si mise a sistemerle i capelli arruffati e le pieghe dell'abito. Poi, finalmente, ruppe il silenzio.

"Odiava la sua vita" spiego', fissandola. "Era come una prigione da cui non vedeva via di fuga. Questo mi ha detto. Era infelice". Fece una pausa, poi riprese. "In quel momento, stretto fra le sue braccia, con la sua pelle contro le mie labbra, mi sembrava cosi' semplice, cosi' ovvio. L'unica cosa giusta da fare. Darle una nuova vita in cui avrebbe potuto essere libera, in cui saremmo stati insieme. Ma ora... E se avessi sbagliato, Gabriel? Se non fosse stato questo quello che desiderava? Se non avesse affatto odiato la sua vita tanto come diceva?" Alzo' lo sguardo verso di me. "Credi che al suo risveglio rimpiangera' cio' che ha perso...al punto da odiarmi per quello che le ho fatto?"
"E' probabile", risposi sinceramente.
Lui torno' a fissarla silenzioso.
"Ma non deve per forza risvegliarsi", proseguii io."Non sara' neppure necessario far sparire il corpo. Sono morte tante persone in citta' in questi giorni. Una in piu' col cuore distrutto da un colpo di moschetto non stupira' nessuno. Verra' ricordata come una martire. Una vittima degli austriaci".
"No!" disse lui prima ancora che avessi finito di parlare. "Lei vivra'. Non perdera' la sua vita a causa mia. Stara' con noi, le insegnero' ogni cosa. Le spieghero', e lei capira', vedrai.... Mi perdonera'. Ne sono certo".

Non aggiunsi altro. Non mi avrebbe ascoltato.

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Teresa
Milano, 28 marzo 1848

Quando ero un vampiro da non piu' di una settimana, una sera Alejandro, il mio sire, tardo' ad arrivare. Lo attesi per qualche ora, poi la fame fu tale che decisi di uscire da sola.
Girai per un po' nelle strade deserte e buie, finche' lungo il Naviglio Grande non incontrai un uomo. Prima fu solo un'ombra nella nebbia, una silhouette di cilindro e tabarro, poi lo vidi in volto. Era giovane, non avra' avuto piu' di venticinque o ventisei anni, e barcollava leggermente per il troppo alcool. Di ritorno da una festa, forse.
All'inizio si mostro' stupito di vedermi. Una donna da sola, di notte. Forse penso' fossi una prostituta. Ma mi sorrise ugualmente e accenno' un incerto inchino toccandosi la tesa del cappello.
Gli fui addosso in pochi secondi e lo gettai a terra.
Quando fui di nuovo conscia di cosa stava accadendo, l'uomo era in fin di vita.
Mori' fra le mie braccia pochi minuti dopo, guardandomi. Probabilmente chiedendosi perche'.

Alejandro mi ritrovo' rannicchiata in un vicolo poco distante, appena prima dell'alba. Seduta per terra, le gonne imbrattate di sangue, le guance rigate dalle lacrime, stringevo al petto il corpo dell'uomo aspettando che il sole venisse a cancellare il dolore che provavo.
Quando cerco' di farmi alzare, di farmi andare a casa, cominciai a singhiozzare. Lo odiavo per quello che mi aveva fatto diventare e glielo urlai, colpendolo con le mani chiuse a pugno.
In silenzio mi schiaffeggio', zittendomi, e poi mi condusse a casa appena prima che il sole cominciasse a illuminare le strade.

Nei mesi che seguirono mi insegno' a convivere con cio' che avevo fatto, con cio' che ero.

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Teresa
Milano, 1848-1906

Avevo una sorella. Piu' piccola di dieci anni. Maria Pia.
Minuta, graziosa, sempre sorridente, aveva riccioli castani e labbra rosate. Era tutto quello che io avrei voluto essere. Quando ero viva credevo di odiarla. Da morta mi resi conto che l'amavo sopra ogni cosa.

Quando divenni un vampiro Alejandro mi spiego' che non avrei piu' potuto vedere la mia famiglia. Che per loro, e per me, era meglio se avessero continuato a credermi morta. Sapevo che aveva ragione, e per mesi mi tenni lontana da quella che era stata la mia casa. Poi, una notte un po' piu' buia delle altre, in cui mi sentivo un po' piu' sola, cedetti.

Attraversai a piedi la citta' e, dal tetto della casa di fronte, guardai quella che era stata la mia famiglia vivere senza di me.  Vidi mia madre che si faceva forza per andare avanti, mio padre che si buttava nel lavoro per non pensare, e poi vidi mia sorella. Graziosa, sorridente come sempre quando qualcuno la guardava, non appena restava sola piangeva, in silenzio, per ore.

Tornai a osservarla nelle notti seguenti. La vedevo nel buio della stanza che avevamo condiviso bagnare di lacrime il cuscino fino ad addormentarsi, ogni sera. E una notte non resistetti piu'.  Attesi che tutti nella casa fossero addormentati, aprii una delle finestre ed entrai.

Si spavento', come era naturale, ma  la paura fu presto sostituita da una gioia talmente spontanea e dirompente da cancellare ogni timore. Mi abbraccio' e bacio, bagnandomi con le sue lacrime.

Convenimmo che nessuno dei nostri due genitori avrebbe mai potuto accettare il mio nuovo stato. Per loro sarebbe stato piu' semplice continuare a piangere una figlia morta, e quindi quello rimase il nostro segreto.

Negli anni seguenti continuai ad andarla  a trovare nel cuore della notte. Alla luce di una candela mi raccontava la sua vita, le sue scoperte i suoi amori. Mi parlava del sole, e di tutto quello che io non potevo piu' vedere.
A 23 anni si sposo' ed ando' a vivere col marito in un bell'appartamento in centro. Lui non mi aveva mai conosciuto in vita, ed era improbabile che potesse riconoscermi dall'unica mia foto che faceva bella mostra di se' sul camino dei miei genitori. Decidemmo quindi di rischiare e mi presentai nella sua nuova casa come una vecchia amica, che amava farle visita solo nelle ore serali. Facemmo attenzione che non incontrassi mai persone in grado di capire cos'ero o che mi avessero conosciuto, ed eliminammo dalla casa ogni oggetto sacro, e il nostro inganno funziono' per anni.

Gioii con lei per la nascita dei suoi figli, piansi con lei quando morirono i nostri genitori. La confortai quando scopri' l'infedelta' del marito, e lei mi conforto' quando la mancanza del sole diventava un dolore troppo forte.
Quando il fatto che per me il tempo non passava comincio' ad essere troppo evidente, ricomincia a visitarla solo la notte, in segreto.

Gli anni trascorsero, i suoi figli crebbero, lasciarono la casa e crearono nuove famiglie, e lei comincio' ad invecchiare. All'inizio non me ne accorsi. Per me era sempre la ragazzina coi riccioli castani e le labbra rosate che avevo tanto invidiato, ma quando me ne resi conto fui presa da una paura totale e accecante. Come avrei mai potuto sopravvivere senza di lei?

Non avevo chiesto io di diventare un vampiro, e probabilmente per questo non l'avevo mai accettato. Lo ritenevo una condanna, e non avevo mai voluto imporre a nessun'altro lo stesso infausto destino. Neanche a chi me l'aveva chiesto implorante.
Ma davanti alla possibilita' di un futuro solitario fui egoista. Andai da lei e la pregai di accettare il mio dono, di vivere per sempre. E piansi mentre glielo chiedevo. Ma lei si dimostro' migliore di me e rifiuto'.

Negli anni che seguirono, ogni volta che la vecchiaia la colpiva con un nuovo acciacco io rinnovavo la mia offerta. E ogni volta lei rifiutava.

La vidi per l'ultima volta una sera di maggio. L'aria profumava di rose. Avevo ripreso da alcuni anni a presentarmi alla sua porta come una sua amica. Il marito era morto da tempo e i figli ben difficilmente avrebbero potuto riconoscere in me l'amica che visitava la madre durante la loro infanzia.
Mi sedetti accanto al suo letto e le lessi alcune delle poesie che tanto amava.  Me ne andai promettendole che le avrei portato delle rose bianche il giorno seguente. Mori' quella notte.

Il funerale si svolse di giorno, naturalmente. Non potei andarvi. Ma la sera seguente rimasi a lungo davanti alla sua casa, fissando come una sciocca la sua finestra buia.
Assorta nei miei pensieri, non notai la porta che si apri', ne la donna che veniva verso di me finche' non mi fu davanti. Era Anna Rita, la primogenita di mia sorella. In silenzio mi porse una scatola di cartone. Era piena di vecchie foto, e sopra a tutte c'era il mio unico ritratto.
"L'ho scoperto a dieci anni, per caso", mi disse. "Non ti giudico. Lei ti ha amato, e tanto mi basta. Ma ora che lei non c'e' piu questo non e' piu' il tuo posto. Domani faro' benedire la porta". Si giro' e rientro' in casa, senza aggiungere altro.

Strinsi al petto la scatola e mi diressi verso Brera, per non fare piu' ritorno.

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Cosimo e Teresa
Milano

1848

Cosimo lesse nuovamente l'ora, sospiro', e rimise l'orologio nel taschino del panciotto.
"Che ora e'?" chiese il licantropo seduto accanto a lui nell'ingresso dell'Accademia.
"La stessa dell'ultima volta che ho guardato. Questa noiosissima notte non ci passera' mai" concluse lasciando cadere la testa contro l'imbottitura della poltrona e chiudendo gli occhi.
Il cigolio dei cardini che indicava l'ingresso di qualcuno nella sala, pero', glieli fece riaprire. Una ragazza, estremamente graziosa, coi capelli biondi raccolti in un severo cignon e con indosso un modesto abito in cotone stampato, attendeva, incerta, poco oltre la soglia.
"Forse dopotutto la serata e' ancora salvabile" mormoro' il vampiro alzandosi e avvicinandosi alla nuova venuta.
Era una vampira, da vicino non c'erano dubbi, ma doveva essere molto giovane. L'abito, chiaro, aveva alcuni aloni bruni, quasi sicuramente macchie di sangue che qualcuno aveva cercato di lavare via. Si guardava intorno con grandi occhi scuri, intimidita se non addirittura spaventata.
"Ti posso aiutare in qualche modo?" le chiese cercando di assumere l'aspetto piu' rassicurante possibile.
"Io..." inizio' lei, esitante, ma fu interrotta dall'arrivo di Alejandro.
"Cosimo, giusto tu!" esordi' lo spagnolo. "Ti voglio presentare Maria Teresa, mia figlia", e dicendo questo le passo' un braccio attorno alla vita. "Amore" prosegui' "ti presento il mio amico Cosimo Tornabuoni, nato prima della scoperta dell'America" concluse ridendo.
Lei lo guardo' con un misto di ammirazione e sospetto. "Molto lieta", disse con un filo di voce.
"Ora dobbiamo andare. La devo presentare al Master" concluse Alejandro salutando l'amico e incamminandosi lungo uno dei corridoi con la ragazza per mano.
Cosimo torno' a sedersi sulla poltrona.
"Desisti cosi' in fretta?" chiese il licantropo, incuriosito.
"Per chi mi hai preso? Perfino io ho dei principi. E uno di questi e' che la donna di un amico e' sacra".
Si lascio' nuovamente cadere contro l'imbottitura, rassegnato ad una serata noiosa.

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1906

Cosimo busso'.
Nessuna risposta.
"Sto entrando" annuncio' mentre apriva la porta. Teresa era rannicchiata su una delle poltrone, con la scatola di cartone piena di foto in grembo, nella stessa posizione in cui l'aveva trovata il giorno prima e quelli precedenti. Si era chiusa li' dentro dopo il funerale di sua sorella, e da allora non si era piu' mossa.
"Alejandro e' arrivato?" chiese lei, apatica, senza alzare lo sguardo.
"No, non ancora. Ma avra' sicuramente ricevuto la lettera che gli ho mandato. Vedrai che fra qualche giorno sara' qui."
Lei rimase immobile. Non disse altro. Era l'ombra di se' stessa. Il viso scavato, la pelle tesa sulle ossa del volto e delle mani, gli occhi cerchiati.
"Devi nutrirti" provo' a suggerire Cosimo. "C'e' qui fuori Valentina e..."
"No" lo interruppe lei. "Non ho voglia".
"Cosa speri di ottenere con...?" Chiese Cosimo, esasperato, ma le sue parole furono interrotte all'ingresso di Alejandro. Lo spagnolo attraverso' la stanza a grandi passi e si accuccio' davanti a lei. Teresa sgrano' gli occhi, provo' a dire qualcosa, ma la voce le si incrino' e comincio' a singhiozzare gettandosi fra le braccia del vampiro, mentre lui le accarezzava dolcemente i capelli spettinati.
"Sono venuto appena ho saputo", le sussurro'. "Abbiamo viaggiato anche di giorno. Ora pero' devi nutrirti."
Teresa mormoro' qualche protesta, schiacciata contro il panciotto di lui, ma Alejandro la ignoro'. Gabriel, che era rimasto qualche passo indietro, si fece avanti slacciando il nodo della cravatta.
Cosimo si ritrasse, e usci' in silenzio dalla stanza.

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1927

"Frena! Frena! Finirai per distruggermi la macchina" urlo' Cosimo dal sedile del passeggero.
"Non dargli retta, mi amor, vai benissimo cosi'" la incito' invece Alejandro seduto dietro di lei.
"Benissimo un corno" protesto' Gabriel. "Quando mai ti e' venuto in mente di insegnarle a guidare, Cosimo! Ci ammazzera' tutti!"
"Siamo gia' morti. Cosa vuoi che ci accada" rise Alejandro.
"Voi!" urlo' Gabriel. "Io sono vivo e' ci tengo a restarlo".
"Zitti tutti. Mi distraete. Non riesco a concentrarmi" li interruppe seria Teresa, schiacciando sull'acceleratore mentre la Bentley sfrecciava a oltre ottanta km all'ora sulla strada dissestata e male illuminata.

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1934

La luna piena illuminava la piccola radura in cui avevano steso il plaid. L'idea di un pic nic era stata di Alejandro. Cosimo e Teresa avevano obiettato che lo scopo di un pic nic era mangiare, e loro avrebbero potuto mangiare ben poco, ma lo spagnolo non aveva voluto sentire ragioni.
Distesi sulla coperta osservano il cielo in cerca delle costellazioni.
"Quella e' Cassiopea" disse Cosimo indicando una fascia di stelle particolarmente luminose alta nel cielo. Ma gli altri due non lo stavano piu' ascoltando. Alejandro baciava Teresa facendo scivolare la mano sotto la sua gonna.
"Vi ricordo che non siete soli" sottolineo' il Tornabuoni.
Alejandro si interruppe, gli sorrise, e si sporse verso di lui, per baciarlo.
Cosimo si scanso' con un rapido movimento "Hei! Sai che non sono interessato alla mercanzia" disse mettendo le mai avanti.
Alejandro si mise a ridere, si chino' nuovamente verso Teresa e le sussurro' qualcosa all'orecchio.
La vampira esito' per un attimo, fisso' Alejandro negli occhi forse in cerca di una conferma, poi fu lei questa volta a muoversi verso Cosimo e baciarlo sulle labbra.
La sorpresa lascio' Cosimo immobile, per qualche istante, mentre Teresa ruotava mettendosi sopra di lui. Poi, dimentico' ogni remora e si lascio' andare al piacere del corpo tiepido di lei premuto contro il suo, della sua lingua che gli accarezzava le labbra, mentre intravedeva Alejandro che, alle spalle della vampira, le slacciava il vestito accarezzandole la pelle nuda.

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1949

Cosimo' busso' tenendo l'ingombrante scatola in bilico su una sola mano, poi la appoggio' di nuovo su entrambe le braccia, abbasso' la maniglia con il gomito e spinse la porta con la schiena, entrando.
"Teresa, guarda cosa..."
"Teresa non c'e'" lo interruppe la voce di Alejandro.
Cosimo si giro' e poso' la scatola sul letto. "Poco male. Questo glielo lascio qui".
"Cos'e'?" chiese lo spagnolo incuriosito.
"L'abito su cui ha sbavato tutta la scorsa settimana" spiego' Cosimo indicando una rivista spiegazzata appoggiata sul comodino, aperta su una pubblicita' della Maison Dior. "L'ho fatto arrivare da Parigi. Cosi' almeno non dovremo piu' sopportare i suoi sospiri".
Alejandro sciolse il nastro che chiudeva la scatola, alzo' il coperchio, sposto' la velina, e estrasse l'abito che si spiego' in un frusciare di taffetas e tulle.
"Ora devo scappare" continuo' il Tornabuoni. "C'e' un bocconcino coi capelli rossi che mi sta aspettando."
"Lei non ti ama, lo sai vero?" disse serio Alejandro dopo aver fatto ricadere l'abito sul letto.
"Beh, non e' certo l'amore che cerco questo sera" rispose Cosimo ridendo.
"Teresa non ti ama" chiari' lo spagnolo.
Cosimo lo fisso' confuso. "Cosa...?"
"Teresa e' una gatta selvatica. Non sara' certo qualche regalo costoso che ti permettera' di conquistarla" prosegui' Alejandro
"Non ho idea di cosa tu stia..." cerco' di spiegare il Tornabuoni.
"Non prendiamoci per il culo, Cosimo. Siamo amici da troppo tempo per queste cose. Ho fatto finta di non vedere per mesi, anni, in attesa che tu avessi le palle di venire da me. Ma adesso basta."
"Tu credi che io sia innamorato di Teresa?" chiese il Tornabuoni allibito.
"Non lo credo. Lo so. E non sono il solo. Forse Teresa e' l'unica a non essersene ancora accorta. Ma sai cosa mi ferisce? Non che tu desideri la mia donna. Questo lo accetto. E sarei anche pronto ad accettare se lei scegliesse te. Quello che proprio non mi va giu' e' che valuti cosi' poco la nostra amicizia da agire alle mie spalle."
"Stai delirando. Io non ho mai voluto Teresa! E' una follia."
"Smettila di negare! Lo vedo come la guardi quando sei con noi. Quello e' amore Cosimo, non sesso. Dimostrami che ti importa ancora qualcosa della nostra amicizia. Ammetti la verita.'"
"Come posso ammettere qualcosa che non e' vero!"
La porta si apri' interrompendo bruscamente la discussione. Teresa entro', non prestando alcuna attenzione ai presenti, ma continuando un discorso che evidentemente aveva gia' cominciato fuori dalla porta.
"...e' insensato! E io dovrei sprecare tutto quel tempo per fare una cosa del tutto inutile? Se crede che..."
Si interruppe pero' quando vide l'abito disteso sul letto.
"E questo?" chiese incuriosita guardando i due uomini.
"L'ha portato Cosimo" spiego' freddo Alejandro.
"Cos'e', a una delle tue amanti andava stretto e non sapevi cosa fartene?" chiese lei mentre lo sollevava e se lo appoggiava al petto.
"Qualcosa di simile" rispose il Tornabuoni.
"Beh, meglio per me" concluse Teresa rimirando la propria immagine nello specchio.
Alejandro le si avvicino', e le cinse la vita con le braccia. "Sei bellissima. Indossalo. Andiamo a ballare".
Teresa fece per abbassare la zip dell'abito che portava, poi si giro' verso il Tornabuoni. "Vieni con noi?" gli chiese.
"Cosimo ha gia' un impegno questa sera" intervenne Alejandro "Stava giusto andando via".
"E' vero. Divertitevi" convenne' il vampiro e, senza dire altro, lascio' la stanza.

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1953

"Non sei mai stata al mare!?" chiese Cosimo stupito
"Beh, non e' che a inizio Ottocento andasse poi cosi' di moda" cerco' di giustificarsi Teresa, imbronciata.
"Non andava di moda neppure nel Quattrocento se per questo, ma perche' non ci sei andata dopo?"
"Di notte?"
"Certo, perche' no?"
"Che stupidaggine"
"Altro che stupidaggine. Procurati un costume. Domani ti porto sulla spiaggia."
"Stai scherzando?"
"Per nulla."
"Ma ci vedranno. Immagineranno subito che siamo..."
"Dove ti voglio portare io non ci vedra' nessuno, tranquilla."
"L'acqua sara' fredda."
"Come se facesse qualche differenza. E poi siamo a luglio. Non hai scuse"
Teresa rimase per un attimo silenziosa.
"Non ho voglia" disse quindi.
Cosimo sospiro'. "Teresa, Alejandro non tornera'."
"Lo so" rispose lei stizzita. "Non e' per quello"
"Ah no? Non e' perche' lui e Gabriel se ne sono andati che da mesi hai smesso di vivere? Volevi tu che se ne andasse, ricordi? Dicevi che con lui non potevi piu' stare"
"Lo so, e infatti sono piu' che felice che non sia qui."
"Certo" borbotto' Cosimo.
"Dico sul serio. E solo che... A volte mi sento un po' sola, tutto qui" gli disse sfiorandogli le dita con le sue.
Cosimo ritrasse la mano sottraendosi a quel tocco. "Non e' una buona idea, Teresa. Noi due non... Dai, lo sai anche tu che non funzionerebbe".
La vampira lo guardo', prima confusa poi ferita. Infine abbasso' lo sguardo. "Hai ragione" disse fredda.
Lui si alzo' e si diresse verso la porta. "Domani fatti trovare pronta al tramonto. Ci sono altre persone che dobbiamo passare a prendere sulla strada. Vedrai ci divertiremo" le disse con un sorriso mentre lasciava la stanza.

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2004

"Voi due mi farete impazzire" disse Donna Agnes. La voce abbastanza alta da poter probabilmente essere udita anche nella grande sala al di la' della porta, da cui arrivava attutita la musica di un valzer. "Non riesco a capire perche' mai non possiate stare neppure una singola sera senza punzecchiarvi". La master scosse la testa. "Questa e' l'ultimo anno che vi faccio fare coppia al ballo, giuro. Ora tornate di la' e comportatevi decentemente almeno fino alla fine della serata".

I due vampiri si congedarono con un cenno del capo e in silenzio si diressero verso la porta.

"E pensare che sarebbero stati cosi' una bella coppia" mormoro' la master una volta che furono usciti.
"Teresa e Cosimo?! Ma se non fanno altro che litigare" obbietto' la giovane Pomme de Sang porgendole la maschera ornata di piume.
"Hai ancora tanto da imparare" gli disse lei con un sorriso, accarezzandogli i capelli. "Vieni, torniamo alla festa".

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Teresa
Milano, 1934

Adesso e' tutto semplice. Basta aggirarsi per i locali di Brera per essere circondati da persone che non desiderano altro che farsi mordere. Si ha solo l'imbarazzo della scelta. Uomini donne, giovani vecchi, alti bassi, biondi mori. Ci si puo' concedere il lusso di avere delle preferenze.

Fino a dieci anni fa le cose erano molto diverse, e ancor piu' lo erano venti, quaranta, o cento anni prima. Se volevi sopravvivere, e non eri abbastanza potente o fortunato da avere una Pomme de Sang, dovevi cacciare. Era l'unica soluzione. Dovevi aggirarti nelle strade buie, ogni sera, in cerca di qualcuno cosi' incauto da andare in giro di notte da solo. Avvicinarti, ingannarlo, aggredirlo...

Negli anni trenta andavo spesso a caccia nelle viuzze attorno a Paolo Sarpi. Mi ci recavo appena dopo il tramonto, in cerca di uomini soli. Difficilmente si insospettivano per una giovane donna in un vestitino a fiori. Anzi spesso mi sorridevano, compiaciuti, quando rivolgevo loro la parola. Mi lasciavano avvicinare, mi guardavano negli occhi, e a quel punto potevo fare di loro cio' che volevo.

Una sera notai un ragazzo. Era molto giovane, neppure vent'anni, e vestito troppo elegantemente per quel quartiere popolare. Si aggirava palesemente senza meta nelle strade deserte.
Mi avvicinai. Lui mi noto', ma non mi dedico' piu' di un'occhiata distratta finche' non fui cosi' vicina da poterlo toccare, e a quel punto era troppo tardi.

Alcune sere dopo tornai in quella zona e lo trovai nuovamente li'. Si aggirava guardandosi attorno come se aspettasse qualcuno. Quando mi vide si fermo' e rimase a fissarmi, in silenzio. Non sembrava spaventato.
Avrei dovuto andarmene, ma la curiosita' ebbe la meglio. Attesi qualche attimo, poi mi avvicinai.
Non si mosse. Lascio' che arrivassi a pochi centimetri da lui, quindi comincio' ad arretrare lentamente finche' si trovo' con le spalle contro il muro. Feci un ultimo passo e i nostri corpi si sfiorarono. Inclinai la testa verso il suo collo e solo in quel momento parlo'.
"Non annebbiarmi la mente, ti prego. Voglio ricordare.", sussurro'.
Lo accontentai.

Tornai nuovamente li' alcune sere dopo e lo trovai ad aspettarmi.
Il nostro divenne un appuntamento fisso.  Ogni tre giorni mi attendeva, poco dopo il tramonto, in un angolo buio di via Niccolini. Non parlava quasi, e nei mesi che seguirono scoprii solo che si chiamava Anselmo, aveva diciannove anni ed era figlio di un avvocato che aveva pianificato per lui una vita che lui odiava.

Finche' una sera non si presento'.
Mi dissi che non mi importava, che come lui ce n'erano cento, ma lo attesi comunque sin quasi all'alba, rammaricandomi di non sapere abbastanza di lui da poterlo cercare. Di non poter scoprire se gli era accaduto qualcosa.
Lo attesi anche la notte seguente, e quella dopo, e quando ormai ero certa che non l'avrei piu' visto, la terza notte lo trovai ad attendermi nel nostro solito angolo.

Mi avvicinai, sorridendo mio malgrado, ma quando gli fui davanti e lui finalmente alzo' lo sguardo, che fino a quel momento aveva tenuto fisso al suolo, vidi che lacrime silenziose rigavano il suo viso.
"Cosa..." mormorai. Ma quando allungai la mano verso il suo volto lui arretro' bruscamente e mi spinse via. Sentii un dolore bruciante al fianco dove mi aveva toccato, e vidi il rosario che stringeva ancora nella mano brillare debolmente.

"Stai lontana da lui puttana del demonio". Un prete nelle cupe vesti nere brandiva un voluminoso crocefisso il cui chiarore accecante aumentava man mano che si avvicinava. Doveva essere stato nascosto dietro l'angolo, e io ero stata cosi' stupida da non accorgermene.
Un altro uomo, di mezza eta' in un elegante completo, usci' da quel nascondiglio e si diresse verso Anselmo. Gli mise le mani sulle spalle. "Hai fatto la cosa giusta, figliolo", gli disse.

Il prete frugo' fra le vesti, e sempre ripetendo la sua litania di preghiere, ne estrasse una boccetta metallica che apri' aiutandosi maldestramente con la mano che reggeva il crocefisso.
Fuggii, e il getto di acqua santa mi manco' di poco mentre correvo lungo la strada.

Mi girai un'ultima volta. Anselmo mi guardava, in piedi in mezzo al vicolo. Piangeva.

Non lo vidi mai piu'.

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Rachele
Milano, ottobre 1956


Scese dal taxi e si avvio' a passo deciso verso l'Accademia di Belle Arti. Non era stato facile convincere il tassista a lasciarla li'. L'uomo era infatti dell'idea che per una donna, in particolare se giovane e bella come lei, fosse troppo pericoloso aggirarsi per Brera da sola dopo il tramonto, e in uno slancio cavalleresco totalmente fuori luogo, aveva deciso, se non poteva trattenerla, che l'avrebbe almeno accompagnata. Alla fine Rachele era riuscita a farlo desistere da questo insano proposito solo promettendo che si sarebbe immediatamente rifugiata all'interno delle robuste mura del palazzo dell'Accademia, e in un certo senso non aveva neppure mentito.
Quando fu a pochi passi dal grande portone di legno intarsiato, senti' finalmente alle sue spalle la vettura ripartire e allontanarsi, devio' quindi leggermente la traiettoria del suo cammino e si diresse verso via Fiori Oscuri. Verso la porta, decisamente meno vistosa, che dava su un'altra Accademia.
Accompagnata solo dal rumore dei suoi tacchi sui lastroni di pietra, lucidi di pioggia, svolto' nella vietta deserta, verso l'anonima porticina. Quanto tempo era passato dall'ultima volta che l'aveva varcata? Solo pochi mesi, si rese conto, eppure sembrava fosse passata una vita. L'ultima volta ne era uscita esanime, portata probabilmente a braccia da qualcuno. Non ricordava nulla o quasi di quella sera se non il risveglio in un letto d'ospedale.
Allungo' la mano per bussare, ma prima che potesse farlo la porta si apri' e ne usci' una donna in un elegante tailleur grigio che la saluto' con un cortese e distaccato cenno del capo prima di allontanarsi. La donna non fece pero' piu' di due passi. Poi si fermo', si giro' nuovamente verso di lei e il volto le si illumino' in un radioso sorriso, coronato da due sottili canini appuntiti.
"Lina, che piacere". Fece scorrere lo sguardo su di lei. "Sei cosi' diversa, non ti avevo riconosciuto... Sei bellissima".
Rachele abbosso' lo sguardo, imbarazzata, e spontaneamente porto' la mano a lisciare la veletta nera del cappellino. Era certamente diversa, lo sapeva. A volte neppure lei si riconosceva nella donna elegante che era ora. Cosi' lontata dalla ragazzina orfana che era stata.
"Non ti abbiamo piu' vista dopo...Dopo l'incidente," prosegui' la vampira. "Avrei voluto venirti a trovare all'ospedale, ma ho pensato che probabilmente non ti avrebbe fatto piacere. Che non volessi piu' avere a che fare con noi..."
Rachele non rispose, non voleva confermare quelle parole troppo veritiere, ma sfilo' il guanto sinistro e allungo la mano mostrando un prezioso anello con diamante che brillava sull'anulare.
"Domani mi sposo" disse solo.
"E' meraviglioso, bambina" escalamo' la vampira con sincero entusiasmo. "E lui chi e'?"
"Un dottore, l'ho conosciuto in ospedale." Fece una breve pausa prima di proseguire. "Lui... lui pero' non sa niente di voi".
La vampira sollevo' la mano fasciata in un elegante guanto di capretto nero e sfioro', con la punta delle dita, la leggera cicatrice lasciata sul collo di Rachele da un susseguirsi di morsi. "E non ha mai notato nulla?" chiese incuriosita.
Di nuovo imbarazzata Rachele abbasso' lo sguardo. "Non credo. Non mi ha mai fatto domande".
La vampira sorrise. "Capisco. Non temere, bambina, quando eri sola e ti abbiamo accolta fra noi anni fa non mentivamo dicendo che avresti potuto andartene quando volevi. Sei libera di fare cio' che credi e nessuno di noi verra' mai a disturbarti nella tua nuova vita se questo e' quello che desideri... E poi" aggiunse sorridendo, "sai che come mia Pomme de Sang e' mia responsabilita' pensare al tuo benessere. Sposa il tuo dottore e si' felice".
Rachele fisso' di nuovo le lucide pietre del selciato, poi sollevo' lo sguardo' e d'impeto abbraccio' la vampira. "Addio Agnes" le sussurro' con la voce incrinata. Quindi la lascio' andare e si incammino' lungo la strada, senza piu' voltarsi indietro.

 

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